Pubblica Amministrazione e bilancio sociale
Perchè non fare un bilancio consuntivo partecipato?
di Vito de Leo
Il 12 settembre
scorso il Consiglio comunale ha discusso e approvato, a maggioranza, il
Rendiconto di Gestione 2005. Duole rilevare che, così come è
stato per i precedenti l’Amministrazione comunale, ha, ancora una
volta, ignorato non solo lo Statuto comunale, ma anche la Direttiva del
17 febbraio 2006 del Ministero della Funzione Pubblica relativa alla rendicontazione
sociale nelle Amministrazioni pubbliche, nella quale sono dettate le linee
guida per la stesura del bilancio sociale visto, come completamento del
processo di trasparenza iniziato negli anni ’90 con la legge n.
241/’90, recentemente riformata dalla L. n. 15/2005.
La rendicontazione sociale si basa su una visione unitaria dell’Amministrazione,
dovendo rendere evidenti all’esterno i risultati dell’azione
amministrativa. A sua volta, il controllo strategico comporta la necessità
di valutare il sistema sociale e politico come una pluralità di
attori interagenti fra loro su un piano di pari dignità. Il risultato
ultimo di quest’attività di governance dovrebbe essere la
capacità di stimolare la crescita di formule auto-organizzative
della società civile.
L’introduzione della rendicontazione sociale permette di stimolare
il dibattito sulla qualità dell’intervento pubblico, sui
compiti che esso deve assumersi in via prioritaria e sulle logiche ad
esso sottese attraverso le tipologie dell’intervento attuate. Si
ha, in tal modo, il superamento della prospettiva, piuttosto riduttiva,
dei soli criteri di efficacia, efficienza, ed economicità dell’azione
amministrativa.
L’adozione di una rendicontazione sociale effettiva, se non vuole
ridursi ad un mero elenco propagandistico di azioni compiute e di buone
intenzioni, comporta l’impianto di un sistema complesso in cui vari
attori siano motivati e disposti a un coordinamento.
La direttiva elenca con precisione i presupposti di essa. Ne citiamo solo
alcuni: 1) la chiara formulazione dei valore, degli obiettivi e l’identificazione
dei programmi, piani e progetti in cui l’azione amministrativa si
articola; 2) l’attribuzione delle responsabilità politiche
e dirigenziali; 3) il coinvolgimento della comunità nella valutazione
degli esiti e nella individuazione degli obiettivi di miglioramento; la
continuità temporale dell’iniziativa.
In quest’ottica è fondamentale la pianificazione strategica
dell’Amministrazione come processo in cui s’individuano la
missione e gli obiettivi di fondo, le funzioni, i modelli organizzativi,
i programmi e le attività svolte, i servizi forniti, le risorse
finanziarie e umane a disposizione. Successivamente, si individuano le
azioni necessarie mediane la definizione di piani operativi negoziati
con gli stakeholders (portatori d’interesse) costituiti dagli opinion
leaders, dagli attori chiave sociali ed economici e da adeguati campioni
di cittadini.
Anche la continuità politica è un elemento importante per
l’uso corretto della contabilità sociale, al fine di impedirne
un uso distorto per fini meramente propagandistici ed elettorali. Basti
pensare a quanto la Direttiva dispone circa la rappresentazione delle
informazioni necessarie alla formulazione di un giudizio sull’operato
dell’Amministrazione: 1) gli obiettivi perseguiti, in termini di
cambiamenti quantificabili e misurabili attesi alla situazione di partenza;
2) le azioni intraprese, in termini di piani, progetti, servizi e interventi
normativi; 3) gli impegni e le azioni previste per il futuro, in termini
di ulteriori cambiamenti programmati sulla base dei risultati raggiunti.
Ai posteri l’ardua sentenza !
Il Presidente
Prof. Vito De Leo
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